
Chi è
Davide Vito Grammatica
Ingegnere informatico.
Appassionato di tecnologia
Un pò supereroe per la mia famiglia
Ho sempre pensato che scrivere la pagina “chi sono” sia una di quelle cose che sembrano semplici finché non ci provi davvero. Non è un curriculum, non è un profilo LinkedIn: è un racconto. La mia storia vale più dei titoli che porto sul biglietto da visita.
Sono nato e cresciuto a Bisceglie, in Puglia — la città che ha visto i miei primi passi, le prime corse in piazza e le mie prime marachelle da smontatore seriale. I miei parenti mi raccontavano che da piccolo avevo una singolare tendenza a smontare qualsiasi giocattolo elettronico capace di emettere un suono: telefoni giocattolo, radio, pupazzi che cantavano. «Forse cerca qualche tesoro dentro», dicevano ridendo. Io, perlopiù, cercavo la logica che teneva insieme quei piccoli mondi e la sensazione magica di farli funzionare di nuovo, magari in modo diverso. Quel “tesoro” lo trovavo quasi sempre: una vite, un contatto, la soddisfazione di aver capito come qualcosa era fatto.
Poi, nelle stanze del poliambulatorio di mio nonno — La SalusIn, un piccolo vanto locale negli anni ’80 — ho visto un enorme computer grande quanto una parete, con i suoi nastri magnetici che sembravano serbatoi di un’epoca industriale digitale. Ricordo lo stupore: una macchina così grande che faceva cose così piccole e invisibili. È stato uno di quei momenti in cui capisci che il mondo si può esplorare anche guardando dietro i pannelli di una macchina. La strada era segnata: l’informatica non era solo qualcosa che mi piaceva, era quel posto dove volevo restare a curiosare per sempre.
Alle superiori ho scelto il liceo classico, per volere dei miei — «vai al classico, da lì puoi fare tutto» — e io, che in realtà avrei sognato lo scientifico, obbedii. Con il senno di poi lo rivendico: il liceo classico mi ha dato strumenti critici e una capacità di leggere complessità che oggi uso ogni volta che progetto un’architettura di sistema o quando devo spiegare concetti tecnici a persone non tecniche. Ma allora era una sfida: venivo da una famiglia che spingeva per la cultura umanistica, io invece avevo il cuore diviso tra il latino e il circuito stampato. Forse, però, lo risceglierei — perché imparare a pensare è sempre utile, anche quando il pensiero finisce in una riga di codice.
All’università ho fatto il passo che mancava: ingegneria informatica. Avrei avuto un debole anche per l’astrofisica — l’idea di codificare l’universo ha sempre un che di romantico — ma la facoltà più vicina per quella strada era lontana, e la vita spesso è fatta di scelte pratiche che poi si rivelano perfette. I primi semestri furono un mix di stupore e trauma: Analisi Matematica mi ricordò che i conti non si improvvisano e che, dopo anni di latino e ore di greco antico, le derivate possono arrivare come un pugno a sorpresa. Però imparai a tenere duro, e fu una buona scuola: disciplina mentale, rigore e una capacità di tradurre problemi complessi in soluzioni pratiche.
Negli anni, i miei job title hanno preso le forme più disparate: ICT Architect, Technical Team Leader, e via dicendo. Titoli corretti, certo, ma spesso incomprensibili al di fuori del mondo tecnico. Così un giorno mi sono chiesto: come lo spiegheranno i miei figli, Ettore ed Elena Sofia, a scuola, quando qualcuno domanderà che lavoro fa il loro papà? Per evitare spiegazioni infinite, ho deciso di fare l’esame di stato e iscrivermi all’albo degli ingegneri. Ora almeno è semplice: “papà è un ingegnere”. Un’etichetta chiara, immediata, che racchiude in sé tutta la complessità del resto.
La passione per i computer si è manifestata presto e in modo concreto: il mio primo PC vero fu un Amiga 500 — un amore immediato. Poi vennero i 386, i Pentium e tutte le generazioni che, un pezzo alla volta, mi insegnarono a parlare il linguaggio delle macchine. Intorno ai 20 anni, mentre ero ancora all’università, la mia reputazione locale di “smanettone” mi aprì una porta inaspettata: mi chiamarono per supportare l’implementazione di un sito di scommesse. Era uno di quei lavori che ti sembra tanto grande quanto spaventoso, ma avevo voglia di provarci. Quella esperienza fu l’inizio di tutto: il progetto funzionò, il contratto si consolidò e finii con un posto a tempo indeterminato in Sisal. Negli anni l’azienda è cresciuta e, in tempi più recenti, è stata acquisita dal gruppo internazionale Flutter. Oggi lavoro in Flutter South Europe and Africa, una realtà globale che gestisce sistemi critici, con grande responsabilità e la necessità di mettere in piedi architetture che reggano il carico, siano sicure e funzionino 24/7.
Il mio lavoro non è solo lavoro: è la combinazione di una passione che ha radici infantili con una responsabilità professionale. Mi occupo per lo più dei sistemi di Digital Signage e antiriciclaggio — settori che raccontano bene come la tecnologia incontra l’operatività quotidiana e il business. Digital Signage è il modo in cui informazione e interazione visiva devono essere immediate, performanti e resilienti. L’antiriciclaggio richiede sistemi che sappiano sorvegliare senza diventare paralizzanti: è un equilibrio sottile tra accuratezza e velocità. Tutto questo lo affronto con un approccio tecnico, ma con la consapevolezza che ogni scelta architetturale ha un impatto umano: dietro a ogni transazione, a ogni display, c’è una persona.
Nel privato, la mia bussola è la famiglia. Amo profondamente mia moglie Ilaria e i miei figli; Ettore ed Elena Sofia, i miei gioielli, sono la mia vera ragione. Vivere per la famiglia significa organizzarsi, scegliere priorità e, sì, anche godersi la meraviglia delle piccole cose: una cena insieme, un compito da seguire, un’avventura in giardino. Il lavoro mi entusiasma, ma la famiglia è il carburante che dà senso a tutto.
Sono motivato dal miglioramento continuo: cerco costantemente di ottimizzare prestazioni, scalabilità, resilienza e sicurezza dei sistemi. Amo sperimentare, imparare e condividere, convinto che le soluzioni migliori nascano sempre dal confronto e dalla collaborazione.
Tra i progetti di cui vado fiero ci sono implementazioni che hanno migliorato prestazioni e resilienza di piattaforme critiche, oltre a soluzioni di compliance che hanno reso più sicuri ed efficienti i processi aziendali. Non amo parlare di numeri per vanità, ma perché credo che i risultati misurabili siano la vera prova del valore di un lavoro ben fatto.
Spesso ironizzo con i colleghi: “tutto quello che faccio è sempre documentato — non si sa mai che da lassù decidano che mi tocca riposare, visto che da solo non lo faccio mai”. Dietro la battuta, però, c’è un valore: condividere conoscenza e lasciare tracce chiare, perché un lavoro diventa davvero utile solo se resta patrimonio di tutti.
Infine, nella vita come nel lavoro cerco equilibrio tra rigore e leggerezza. Tecnica e umanità non sono mondi separati: sono i due poli che, messi insieme, rendono una carriera appassionante e una vita degna di essere raccontata.
La nostra storia
Non è nata per costruire software.
È nata per fermare decisioni sbagliate prima che diventassero costose.
Negli anni ho lavorato in contesti complessi, dove la tecnologia era solo una parte del problema.
Il vero rischio era decidere male, troppo presto o per pressione esterna.
Prima di iniziare il progetto, inizia dalla decisione.
Se vuoi una valutazione strutturata che ti dica cosa fermare e perché, possiamo parlarne.
